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ASPARI DOMENICO. Veduta delle Colonne di San Lorenzo generalmente credute avanzi delle Terme di Massimiano Erculeo, da alcuni riputate opera de tempi d'Alessandro Severo, e dal altri Architettura e lavoro del Secolo d'Augusto. Milano, 1788.

ASPARI DOMENICO. Veduta delle Colonne di San Lorenzo generalmente credute avanzi delle Terme di Massimiano Erculeo, da alcuni riputate opera de tempi d'Alessandro Severo, e dal altri Architettura e lavoro del Secolo d'Augusto. Milano, 1788. | Stampe |

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Descrizione

Incisione all'acquaforte, bulino e puntasecca (470 x 650 mm). Buon esemplare.
Prima edizione con dedica "Al Chiarissimo Signor Abate Don Francesco Venini Mecenate suo Beneficentissimo" della Veduta delle Colonne di San Lorenzo appartenente alla serie di sedici vedute incise all'acquaforte, bulino e puntasecca, realizzate tra il 1786 e 1792 da Domenico Aspari (1745-1831).
La tavola raffigura una veduta delle Colonne animata da personaggi fra cui un gruppo di "eruditi che osservano le Colonne di San Lorenzo oggetto allora di ridestato interesse". (Arrigoni).
Domenico Aspari, figura di spicco del Settecento milanese, fu pittore, incisore e professore di elementi di figura per 50 anni all’Accademia di Belle Arti di Brera. La sua consacrazione avvenne con le incisioni delle “Sedici Vedute di Milano” incise all’acquaforte e finite di bulino e puntasecca, realizzate fra il 1786 e il 1792.
Dalla metà del Settecento l’incisione vedutistica aveva avuto una grande diffusione a partire da Roma, naturalmente, con Piranesi e Vasi, Venezia con Marieschi, Visentini, Brustolon, Firenze con Zocchi, Torino con Sclopis del Borgo, Genova con Giolfi, Bologna con Pio Panfili, Livorno e Pisa con Fambrini, Napoli con Cardon, etc. Sull’onda di questa nuova idea di raffigurazione Domenico Aspari decide quindi di dare avvio alla sua straordinaria iniziativa artistica e realizza quella che è senza dubbio la più bella serie di vedute dedicate alla città di Milano ispirandosi direttamente allo stile delle “Vedute di Roma” di Giovanni Battista Piranesi: “L’Aspari si è ispirato alle vedute di Roma del Piranesi, come appare dal gioco della prospettiva studiata sino all’artificio onde far predominare con grandiosità il monumento protagonista e far spaziare la scena, ed anche dall’introduzione in essa di lapidi e ruderi antichi mai esistiti sul posto […] Egli poi anima le scene con figure ora isolate, ora più spesso in capannelli – notinsi i gruppi di gentiluomini aristocratici con l’immancabile abate galante […] o con mezzi di trasporto i più vari – dalla berlina arcivescovile e dalle carrozze signorili, ai carri, o i colli mercantili presso la sede della dogana…”. (Arrigoni).
Lo storico milanese Angelo Fumagalli (1728-1804) scrisse addirittura che “Le vedute milanesi sovrastano alle romane (di Piranesi) per maggior varietà regolarità di tratti, per arie più condotte e più pittoresche, pel fondeggiar degl’alberi e per figure accessorie”.
Ricorda l’Arrigoni che l’Aspari fu indotto all’attività di incisore “dalla necessità di trovare un sollievo alle ‘dimesse fortune’ economiche documentate dalle frequenti richieste di supplementi al magro stipendio. Le dediche in calce alle vedute a patrizi e dignitari dovevano appunto esser fatte in vista di un appoggio materiale da parte di chi poteva e soleva darlo per tradizioni di mecenatismo od in grazia della carica”. Solo tre delle vedute più tarde non riportano una dedica. I motivi vanno ricercati nel cambiamento politico e nei sentimenti di eguaglianza diffusi con la rivoluzione francese che portarono l’artista ad una sfiducia verso la nobiltà.
Divenute ben presto rare e ricercate, le sedici vedute furono ristampate dai fratelli Vallardi nel 1808, senza le dediche ai personaggi di spicco della borghesia, e con i titoli a volte modificati.
Arrigoni, Milano nelle vecchie stampe, 129/2. Cambin Gastone, Domenico e Carlo Aspari incisori e architetti olivonesi, p. 65-66.

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