IMAGO MORTIS simboli e rituali della morta nella cultura popolare dell’Italia meridionale.
IMAGO MORTIS simboli e rituali della morta nella cultura popolare dell’Italia meridionale.
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Dettagli
- Anno di pubblicazione
- 1980
- Luogo di stampa
- Roma
- Autore
- Faeta, Francesco, Malabbotti, Marina
- Editori
- De Luca Editore
- Soggetto
- fotografia, antropologia, etnografia, etnofotografia, calabria, funeralia, riti funebri
- Descrizione
- Usato in buono stato.
Descrizione
Brossura editoriale illustrata, cm 24 x 21.5, pp 162 (2), fotografico in nero. Catalogo della mostra, Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, Valle Giulia, 2 luglio 10 agosto 1980. Il volume rende conto della ricerca condotta dalla fotografa Marina Malabotti (1947 - 1988) e dal marito Francesco Faeta, antropologo, sulle forme rituali del lutto e la presenza della morte nel folklore e nella vita popolare in alcune zone della Calabria. Le 150 fotografie furono scattate tra il 1976 e il 1979 a Ragonà, Savelli, Accaria, Tropea, Settignano, Serrastretta, Sambiase, Cassaniti, Antonimina e altri comuni principalmente in provincia di Catanzaro. Le immagini sono scattate in parte da Faeta, autore anche del testo introduttivo, e in parte da Malabotti, curatrice inoltre del progetto grafico. Marina Malabotti esordì come grafica e designer per concentrarsi a partire dai primi anni '70 sulla fotografia, spesso affiancando il marito, l'antropologo Francesco Faeta, nelle sue ricerche di carattere etnologico. Tra gli anni '70 e gli anni '80 la fotografa realizzò diverse ricerche aventi per oggetto il Mezzogiorno e in particolare la Calabria: le feste popolari per la Settimana Santa, il folklore funebre, i luoghi della strage di Melissa, le architetture popolari, la condizione femminile e infantile. Dopo la mostra Imago Mortis il sovrintendente Giorgio De Marchis commissionò alla fotografa un lavoro di riflessione sullo spazio artistico, che doveva documentare un anno di vita della Galleria Nazionale d'Arte Moderna e rimase inedito fino alla grande retrospettiva che la GNAM le dedicò nel 2019.